Il festival di Sanremo ha un grande pregio, da 69 anni è un oblò sulla condizione sociale del nostro paese.Il guizzo da vate che possiede Anastasio svela il dramma più profondo del nostro vivere odierno. Cosi come Alessandro D'avenia, con l'occhio acutissimo del poeta e la pratica dell'educatore, scriveva lunedì dalle pagine del Corriere della Sera: "...L’uomo moderno ha posto il suo principio vitale nel «risultato»: la felicità sta nella produzione di se stesso e del mondo e l’io, (iper)teso verso qualcosa che deve sempre arrivare, è sospeso nel vuoto angosciante dell’auto-realizzazione. L’eroe dell’epopea del risultato è l’in-dividuo (traduzione di a-tomo: ciò che non può essere diviso): non avendo significato in sé deve produrlo, essere «abbastanza» per procurarsi un io, per «realizzarsi», diciamo, tradendo il fatto che altrimenti pensiamo di essere «irreali». Questo meccanismo genera un io perennemente in-soddisfatto, negazione di «satis-facere»: fare abbastanza. L’io resta sempre al di qua dell’abbastanza necessario a raggiungere gli standard imposti dalla cultura per essere considerati «reali», cioè vivi. Un anti depressivo è la cura al continuo naufragio del desiderio infinito di felicità, disattivare l’infinito a favore delle procedure è l’unico modo di non disperarsi: «Non dà alcuna forma di felicità, e neppure di vero sollievo... trasformando la vita in una serie di formalità, aiuta a vivere, o almeno a non morire».

Oggi educhiamo, spesso inconsapevolmente, a questo individualismo insoddisfatto. Vedo bambini spinti a correre l’uno contro l’altro, a con-correre, anziché stare nel gioco della vita in squadra...

...Il compito di oggi è allora scrivere il proprio nome al centro di un foglio bianco e collegarlo a tutte le relazioni significative che lo rendono un tu personale, e scoprire grazie a quali collegamenti il nome brilla a prescindere dai risultati, o è in ombra perché prigioniero della morsa degli standard e delle aspettative. Dopo si può fare lo stesso con i nomi delle persone che sono emersi e dipendono dalla relazione con noi, chiedendosi se li amiamo perché ci sono o per ciò che ci aspettiamo e vogliamo da loro. Avremo davanti agli occhi il disegno della nostra «realizzazione» vera (gioia) o presunta (insoddisfazione). Penso ai miei alunni che faranno la maturità, e mi rendo conto che in questi anni si sono «realizzati» di più, come studenti e come persone, solo quando sono riuscito a mettere i loro volti prima dei loro voti. E sui voti non ho mai fatto sconti..." 

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